Versatilità ed eleganza gli attributi che contraddistinguono i gioielli della collezione Tarantula, ideata e prodotta da Giorgio Panzeri. Eclettico artista a tutto tondo, orafo, gemmologo e pittore, Panzeri spinto dall’amore per la propria terra volle creare qualcosa che esprimesse la “preziosità” del Salento; scelse pertanto il logo della Notte della Taranta, l’evento più importante e famoso dell’estate salentina, che da anni ripropone e rielabora il patrimonio tradizionale con i ritmi e le melodie di tutto il mondo. Allo stesso modo, la collezione Tarantula combina sapientemente metalli, gemme e forme; il logo storico del festival viene riprodotto sia nella sua completezza e complessità che scomposto nelle sue forme base: il cuore, la luna, il ragno.

Lo stile, l’armonia delle linee, la lavorazione semiartigianale rendono questi gioielli dei veri pezzi da collezione, diversi dai comuni prodotti industriali di tendenza.

La tecnica della microfusione a cera persa

Il procedimento che permette di ottenere oggetti in metallo per mezzo della tecnica di microfusione detto “a cera persa” è di origini antichissime, conosciuto fin dal 4.000 a.C. I resti ritrovati in Mesopotamia, Egitto e Grecia testimoniano la conoscenza della tecnica fusoria a stampo. In Cina questa tecnica era già conosciuta all’epoca della dinastia Shang e in Europa ebbe un rapido sviluppo nell’età del bronzo specialmente presso i Celti (XII e X sec. a.C.).

Nei tempi moderni la microfusione ricevette nuovo e decisivo impulso a partire dal 1907, quando un dentista pensò di applicarla per la produzione di protesi odontotecniche. Da allora il procedimento è stato costantemente perfezionato, fino a raggiungere un altissimo livello tecnologico, ed è oggi uno dei metodi più usati nella produzione di oreficeria e gioielleria, per le possibilità di realizzare oggetti di alta qualità e con tempi di produzione molto ridotti.

Il concetto è quello di realizzare uno stampo in negativo degli oggetti realizzati in cera, nel quale versare il metallo fuso ed ottenere così una o più repliche del modello originario. La prima fase consiste nel preparare un modello (il prototipo) dell’oggetto che si desidera replicare. Il prototipo può essere realizzato in metallo oppure in cera, ma possono essere utilizzati anche altri materiali, come resine, plastilina, materiali organici.

Dal prototipo in metallo si realizza un calco (o matrice) in gomma vulcanizzata che servirà per riprodurre -praticamente all’infinito- copie in cera del modello iniziale. Le cere così ottenute sono sistemate in un contenitore di acciaio di forma cilindrica e poi inglobate in un materiale refrattario, chiamato rivestimento (composto da cristobalite, comunemente ed erroneamente chiamata “gesso”), in grado di solidificare e di resistere alle alte temperature.

Tramite riscaldamento in forno, e secondo una precisa ed abbastanza lunga curva di riscaldamento e cottura, la cera viene completamente eliminata, ed il materiale di rivestimento indurisce (cuoce) e raggiunge la temperatura necessaria a ricevere poi il getto di metallo fuso. Si ottiene allo stesso tempo, all’interno del cilindro di rivestimento, una cavità corrispondente al negativo dell’oggetto in cera.

In orificeria anziché singoli stampi si realizzano degli “alberi” costituiti da più copie dell’oggetto che si intende realizzare collegati tramite i canali di ingresso ad un unico “tronco” dal quale giunge il metallo fuso: in questo modo è possibile realizzare in un unica colata un grande numero di riproduzioni. Completato il processo di raffreddamento del metallo, il rivestimento viene eliminato e si procede alla “sgrappolatura”, ovvero alla separazione delle singole riproduzioni dall’albero metallico, con conseguente eliminazione dei pezzi di metallo eccedenti – derivanti dai canali di entrata in ogni singolo stampo – e passaggio alle successive fasi di rifinitura.

Google+